Nella pagina internet del comune di San Giovanni Rotondo, in alto a sinistra, c’è un’immagine verde con la scritta “padre pio”. Andandoci sopra con la freccia del mouse quell’immagine si colora e invoglia l’ignaro navigante a scoprire l’agiografia del frate dalle tumefatte mani.
Sarà che il mio schermo è piccolo e vecchio, ma nella foto sembra che il padre tenga stretta nella mano sinistra una bistecca di vitellone chianino e questa cosa un po’ mi fa ridere. (more…)
Archivio 'Persone'
Mag
26
“Padre, pìo…” disse il pulcino al gallo
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Mar
16
Meena
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Pubblichiamo integralmente questo articolo pur dissociandoci fermamente da alcune posizioni in esso contenute. Questo al fine di evitare qualsiasi tentativo di mettere in dubbio la nostra democraticità e la nostra trasparenza. Comunichiamo inoltre che l’autrice ha accettato di buon grado di continuare la sua collaborazione con “Il resto del Cremlino” accettando, per i prossimi 14 anni, l’incarico di corrispondente dalla Siberia.
Ott
02
- Dobbiamo vivere, Gruša! Vivere!
Vivere e lavorare.
Vivere e lottare.
Vivere e amare la vita.
Come fa la piccola ape sui lillà!
Come fanno gli uccellini sul pero del giardino!
Come fanno le cavallette nell’erba!
A. M. Kollontaj
(Dal romanzo Vasilisa Mal’gyna in Ljubov’ pčel trudovych,
Gosudarstvennoe Izdatel’stvo, Moskva, 1924, p. 302.)
Nell’alveare rivoluzionario russo di inizio secolo dove clandestinamente ci si preparava a sovvertire il potere borghese del Governo provvisorio (febbraio 1917) un’ape volava di fiore in fiore, portava miele ed energie, credeva nel lavoro e nella solidarietà collettiva che presto avrebbero condotto gli “uomini nuovi” alla conquista del potere.
Fulgida figura della storia mondiale, quest’ape portava il nome di Aleksandra Michajlovna Kollontaj (1872-1952), passata poi alla storia come prima donna al mondo ad aver ricoperto un incarico istituzionale.
Figlia di un generale zarista, Aleksandra fu fin da piccola testimone della miseria della servitù nella casa paterna e una volta cresciuta, si impegnò per l’educazione politica e la presa di coscienza delle masse operaie e contadine. Le numerose visite nelle fabbriche (il marito era ingegnere e spesso Kollontaj lo seguiva nel suo lavoro) le mostrarono le dure e abiette condizioni lavorative a cui erano sottoposti uomini, donne e bambini della Russia zarista. Arruolatasi nelle fila del menscevismo prima e aderendo al bolscevismo subito dopo l’esilio in Germania (dove era diventata membro del Partito socialdemocratico di Luxemburg), Kollontaj si mobilitò affinché la questione di genere assumesse una posizione di prim’ordine in vista della rivoluzione: organizzò riunioni di fabbrica, comizi, volantinaggi, congressi, attività clandestine per scuotere la massa femminile, costretta da secoli alla schiavizzazione economica e al giogo familiare che considerava la donna merce da baratto, mera procreatice di figli, serva dell’economia domestica e dei bisogni sessuali del proprio consorte (spesso fatto sposare con nessuna possibilità di scelta).
E fu proprio questo costante interesse alla questione di genere che pose la teorica marxista in lotta tra due fuochi: sul fronte interno l’aspettava una dura battaglia contro il disinteresse e la politica del partito approssimativa in relazione alla tematica muliebre; sul fronte esterno la lotta contro il femminismo “borghese” per la presa di coscienza delle donne lavoratrici. Spesso i suoi tentativi furono considerati dai quadri dei veri e propri capricci che sottraevano energie alla lotta per l’instaurazione di uno stato socialista, bollati come surrogato di un aborrito femminismo borghese. A dispetto delle critiche post-rivoluzionarie mosse contro la sua persona, Aleksandra Kollontaj era decisa a formulare un’etica proletaria, volta a soppiantare i residui borghesi, imponendo una nuova morale che – con lo scopo di epurare i vecchi princìpi – aveva il compito di cementare la coscienza della classe proletaria. Ciò che i suoi critici più spietati – dalla Vinogradskaja a Zalkind (entrambi membri del PCUS) – non colsero mai fu la sua forte certezza che solo rendendo coscienti le masse si potesse costruire un futuro migliore: le fu rimproverata l’eccessiva attenzione al tema della morale, senza mai menzionare la sua solida convinzione che le trasformazioni economiche avrebbero avuto automaticamente il loro positivo risvolto sovrastrutturale all’interno della storia.
Nel 1921, nel quadro delle lotte intestine al PCUS, Kollontaj si schierò con Aleksej Šljapnikov, dando vita al gruppo dell’Opposizione Operaia, rivendicando una direzione operaia delle fabbriche contro la teoria dei rivoluzionari di professione siglata da Lenin e contro la militarizzazione del lavoro e dell’esercito perorata da Trockij; strumenti – questi – che avrebbero ridotto la classe operaia a semplice strumento di produzione per la collettività, impossibilitata nell’avere voce in capitolo nelle decisioni di politica nazionale. Il X Congresso del PCUS fu una chiave di svolta per Aleksandra che si dimise da Commissaria del popolo – incarico assunto in seguito alla gloriosa rivoluzione – e che riuscì a portare la questione della piattaforma dell’Opposizione perfino in seno alla III Internazionale. La morte di Lenin nel gennaio del 1924 e l’avvento di Stalin tapparono presto la bocca alla sua voce dissidente. Destinata a rappresentare dalla Norvegia l’ombra del nuovo segretario, questa donna – che per decenni aveva combattuto per le istanze del movimento femminile operaio – mai più si pronunciò sul tema femminile dopo il 1924. Probabilmente aveva sofferto molto per gli sviluppi politici in Unione Sovietica e si era resa conto che il clima staliniano non permetteva di pronunciarsi in merito; fatto sta che preferì rinchiudersi in una torre d’avorio, anziché continuare a combattere in un paese – il suo – dove i vertici del partito rinnegavano l’esistenza di un movimento femminile operaio.
Ciò che rimane oggi di Aleksandra Michajlovna Kollontaj, spentasi soltanto un anno prima di Stalin, è il suo spirito combattivo, le sua perspicacia antesignana del femminismo occidentale; caratteristiche che tuttavia ai giorni nostri rimangono un importante oggetto di studio seppure da parte di una nicchia assai ristretta.
[Giusy Larocca]