Pietro Secchia
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Pietro Secchia (Occhieppo Superiore, Vercelli 19 dicembre 1903 - Roma 7 luglio 1973) è stato un uomo politico italiano.
Nato da una famiglia operaia (il padre era un militante del Partito Socialista Italiano), Pietro Secchia frequentò brillantemente il liceo classico, ma a causa della povertà fu costretto a cercarsi un lavoro: già nel 1917 venne assunto come impiegato, mentre successivamente ebbe l’impiego di operaio di un’industria laniera.
Nel 1919 si iscrisse alla FIGS (un sindacato di estrema sinistra) e con esso partecipò agli scoperi del biennio rosso (1919-1920). Ancora nell’agosto del 1922 aderì alla sciopero legalitario contro il fascismo: fu per questo licenziato e malmenato dalle squadracce nere di Benito Mussolini. All’impegno sindacale intanto aveva aggiunto quella politico: negli anni Venti aderì al neonato Partito Comunista Italiano di cui nel 1928 entrò nel comitato centrale.
Dopo aver dichiarato pubblicamente la sua avversione verso il duce ed il suo regime, fu condannato a 18 anni di carcere dal Tribunale Speciale (1931). Successivamente tentò la fuga verso Berlino: nella capitale tedesca pubblicò il volume “La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo” ma venne rintracciato dall’OVRA che lo schiaffò in carcere.
Liberato dai partigiani nel 1943, partecipò alla Resistenza in qualità di commissario generale delle Brigate Garibaldi (comuniste). Nell’immediato dopoguerra Palmiro Togliatti lo scelse come vicesegretario del PCI, carica che mantenne dal 1945 al 1955. Nel 1946 fu deputato all’Assemblea Costituente mentre nel 1948 fu eletto senatore nelle file dei Fronte Democratico Popolare: riuscì a mentenere questa carica fino alla morte.
Responsabile tra il 1955 e l’inizio del 1957 della segreteria regionale lombarda del PCI, diresse successivamente, sino alla fine del 1962, l’attività editoriale del partito. Fu anche, e per molto tempo, il responsabile del settore propogandistico del partito: durante la sua gestione il PCI toccò il suo record di iscritti (più di due milioni), ma tale risultato non potè continuare a lungo a causa delle frequenti scissioni, sia da destra che da sinistra, che il partito dovette subire nel corso della sua storia.
Nel 1967 fu scelto dai dirigenti comunisti come responsabile esteri del partito. In questa veste egli lottò per l’emancipazione e l’indipendenza dell’Africa: visitò Egitto e Siria nel luglio-agosto del 1967, l’Africa settentrionale nell’ottobre-novembre dello stesso anno; la Giordania e ancora la Siria nel dicembre del 1969; il Sudan, l’Etiopia e la Somalia nell’ottobre del 1971. Poco prima di morire volò in Cile dove sostenne il governo progressista di Salvador Allende: fu l’ultimo dirigente occidentale a visitare la nazione latino-americana prima dell’avvento della dittatura di Augusto Pinochet. Cercò in tutti i modi di evitare il colpo di stato militare, e fu per questo (anche se mancano ovviamente prove certe) avvelenato dalla CIA: morì a settanta anni proprio a causa di questa azione. Internazionalista convinto, fu definito come uno degli esponenti della “linea dura”: in effetti egli rappresentò quella classe dirigente marxista-leninista che non aveva intenzione di collaborare con la Democrazia Cristiana. Autore di numerose opere storiche sul PCI, fu il curatore degli “Annali Feltrinelli”, testi che ci consentono di conoscere approfonditamente la storia del movimento operaio italiano. Negli ultimi anni suggerì al Partito di “aprire” ai movimenti che si organizzavano tumultuosamente nel 1968 per dare sbocco all’”energia rivoluzionaria delle masse giovanili“.
Internazionalista convinto, fu definito come uno degli esponenti della “linea dura”: in effetti egli rappresentò quella classe dirigente - che non aveva intenzione di collaborare con la . Autore di numerose opere storiche sul PCI, fu il curatore degli “Annali Feltrinelli”, testi che ci consentono di conoscere approfonditamente la storia del movimento operaio italiano. Negli ultimi anni suggerì al Partito di “aprire” ai movimenti che si organizzavano tumultuosamente nel per dare sbocco all’”". Tra le sue opere si segnalano in particolare: “L’arte dell’organizzazione” (1945), “I comunisti e l’insurrezione, 1943-1954” (1954), “La guerriglia in Italia” (1969) e “Sul legame tra lotta economica e lotta politica” (1973).
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Bibliografia su Pietro Secchia
- Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, 1984