“Odore di Gerusalemme…” Come intona il bardo. Il trenino elettrico scivola sgangherato e rassegnato per la stazioncina di Nuova Gerusalemme. Un deposito di attrezzi per tagliaboschi in vistoso stato di abbandono ci guarda attraverso mille finestrelle sventrate. In lontananza, le cupole del monastero voluto dal metropolita Nikon a perfetta somiglianza (pensava lui) di Gerusalemme, lancia barbagli di incredibile pacchianeria, possibile solo nel XVII secolo, e solo qui. Siamo a circa 100 km da Mosca.
Verso Volokolamsk. Offro un sorso di birra “Ochakovskoe” ai miei due compagni di panca.
Marat Sejfullin, tartaro, classe 1928. “Nel ’43, d’estate, avevo giusto finito le medie. A Elabuga, la mia città, c’erano molti soldati e ufficiali in convalescenza, e noi li andavamo a trovare, portavamo latte, uova, stavamo a sentire le storie di guerra con rispetto, con devozione, mica come oggi…”
Ripenso ai veterani storpi che chiedono la carità nel metrò di Mosca.
“C’era un sergente maggiore, un mongolo buriato, sai, quelli con gli occhi a mandorla e il naso schiacciato, pensa te… Manco mi ricordo più come si chiamava. Quando gli dissi il mio nome e patronimico si illuminò tutto. Si informò meglio su mio padre, che sì, era ufficiale medico, al fronte, Sotto Pskov, almeno così ci avevano detto. Venne fuori che proprio mio padre lo aveva operato, gli aveva salvato la pelle. Gli feci conoscere mia madre, lui le regalò due pezzi di sapone, erano quelli di tutta la sua camerata, ma i compagni glie li avevano dati volentieri. Quando si trattò di tornare al fronte, io lo pregai di portarmi con lui, e gli ruppi talmente tanto le palle che alla fine disse: ‘Va bene’.
Così, nel luglio 1943 me ne partii per il fronte lasciando un biglietto a mia madre, senza dire niente a nessuno. In tasca avevo solo la tessera del Komsomol. Beh, è incredibile, ma la Polizia militare non mi ha cacciato giù dal treno a calci in culo. Com’è, come non è, arrivammo al paesetto di Žigalovo, dalle parti di Velikie Luki, dove c’era l’ospedale da campo. Lì lavorava mio padre, nella ORMU-19 (ospedale ausiliario da campo), e quando mi vide, beh…
Il Buriato mi mollò a mio padre, come si dice, ‘di mano in mano’, e se ne ripartì non so per dove. Quante volte poi mi sono dato del coglione per non avergli mai chiesto di dove era esattamente, per potergli scrivere, finita la…”
“Questo però lo hai pensato dopo che la guerra era finita, Marat!” – Nota il suo amico ebreo, Mosej, fra il sornione e il malinconico. – “Quando stavamo lì, chi è che pensava sul serio che sarebbe ritornato a casa?”
“Bah, hai ragione anche tu… Comunque è incredibile che poi, a leggere tutte le memorie di guerra, non ho mai trovato nessuna descrizione degli ORMU. Erano dappertutto, si smontavano, trasportavano e rimontavano in quattro e quattr’otto, dovunque ci fossero stati scontri grossi, o dove si pensava ci dovessero essere. Consistevano in una decina di tavoli operatori col minimo di macchinari, strumenti e personale, e fornivano le prime cure, in genere di tipo chirurgico, ai feriti portati lì direttamente dal campo di battaglia, che stava giusto a un paio di chilometri. Gente che a portarla così com’era fino all’ospedale da campo più vicino sarebbe crepata di sicuro. Quando nei film vedo gli ospedali da campo che si spostano portandosi dietro mobili, sedie, prefabbricati e un sacco di altre stronzate, mi viene da ridere: si vede che i consulenti militari del regista il fronte non lo avevano mai visto nemmeno in cartolina… Ci portavamo dietro solo i tavoli operatori e gli attrezzi, e una stufa di ghisa per bollire l’acqua. Mentre ci sistemavamo, l’ufficiale anziano selezionava i feriti secondo l’urgenza e si cominciava a operare a cielo aperto. Solo dopo qualche ora ci srotolavano un tendone sulla testa…”
“Eh, se ci fosse stata gente così alla Dubrovka non sarebbero morti tutti quei poveracci…” Commenta Mosej, alludendo al noto attacco terroristico di Mosca.
“Ma che cazzo, Mosè, ti pare che c’è ancora gente così oggi? Te lo ricordi che uomini c’erano in trincea, no? Altra tempra, bello mio… E poi ai politici di oggi che gli frega? Ma li vedi che faccia hanno?
E comunque era uno spettacolo da non credere, io me lo sogno ancora. I feriti stavano sulle barelle, e i medici non smettevano finché l’ultimo disgraziato non era stato ricucito e spedito all’ospedale. A volte andavano avanti due o tre giorni senza sosta. Se un chirurgo doveva fare i suoi bisogni, un infermiere gli metteva il pappagallo mentre quello continuava a operare: mica poteva farla da solo, avrebbe dovuto interrompere, disinfettarsi le mani, poi. Le infermiere voltavano lo sguardo per un momento quando quello pisciava e poi si andava avanti…
C’era anche una specie di doping, come si dice oggi per gli sportivi, perché i chirurghi non cadessero svenuti dalla stanchezza o non finissero per fare cazzate: un infermiere gli sollevava la mascherina egli infilava in bocca un pezzo di cioccolato con due sorsi di cognac armeno. Il cognac fa sangue e apre la strada delle vene per lo zucchero. Non si fermavano neanche sotto i bombardamenti: quando i detriti e le schegge tambureggiavano sulle tende, i chirurghi e gli infermieri si accucciavano sul paziente per fargli scudo…
Quando l’ultimo ferito era stato curato, mio padre e gli altri chirurghi si buttavano su un mucchio di biancheria lercia, senza neanche togliersi il camice insanguinato, e cadevano come morti. Gli infermieri li trascinavano su una branda da campo, li spogliavano e vegliavano sul loro sonno…
Alla fine presero come infermiere anche me, all’età di quindici anni e due mesi, e così mi sono fatto la Bielorussia, la Lituania, e alla fine ci siamo ritrovati sotto Berlino, in un posto che si chiamava Wernochen. Lì era una pacchia: stavamo nell’edificio delle poste e ci facevamo aiutare dai prigionieri tedeschi. Io ne avevo due ai miei ordini: ‘Jawohl, Herr Soldat!’ Avresti dovuto vedere che disciplina, che precisione… Mica come noi cialtroni russi!”
“Intanto, loro saranno anche tanto leccatini e ganzi, ma noi glie le abbiamo sempre suonate e ancora glie le suoneremo, se si azzardano, io sono pronto anche subito. E poi, ‘noi cialtroni russi’ una bella sega: finora non hai nominato neanche un russo…”
“Mosej, dài, non scherzare, che ti metti a fare il sionista! Ma lo sai che il quindici maggio, quando tutti davano la caccia a Hitler e dicevano che se l’era filata, viene da me il maggiore Gul’kevič, il patologo-anatomico della III armata d’assalto, che era russo, per tua norma e regola, e mi fa: ‘Marat, tu non credere alle balle, proprio ieri ho tenuto fra queste mani il teschio di Hitler. Lo abbiamo riconosciuto dalla mandibola, anche se era semicarbonizzato!’”
“Caro mio, il quindici maggio! Ma se nelle memorie di Irina Rževskaja, l’interprete militare, c’è scritto chiaro chiaro che la commissione per riconoscere i resti di Hitler era talmente segreta che nemmeno il maresciallo Žukov sapeva una mazza! Te l’ho già detto quante volte! Tutto secretato da Stalin e Berija in persona! E poi, comunque, Gul’kevič era bielorusso, non russo. Dopo la guerra è diventato accademico delle scienze a Minsk!”
“Non ci fare caso”, – Marat torna a rivolgersi a me. – “E’ incazzato per il libro di Solženicyn dove si dice che gli ebrei si imboscavano per non andare al fronte… E’ che questa atmosfera di merda che c’è oggi contagia anche noi che ne abbiamo viste tante. Le abbiamo suonate ai fascisti, ma oggi, vedi, ci bombardano di stronzate e contro questo non sappiamo più come difenderci!”
Il treno si ferma a Volokolamsk, loro proseguono: vanno a trovare la nipote di Mosej, Sara, che ha appena messo al mondo il primo figlio. Già iniziano a bisticciare sul nome: “Lo vuoi chiamare Aron! Ma piantatela, sionisti! Siete ridicoli…” Addio, compagni cari, anima, onore e coscienza di questo paese disgraziato. Di tutti noi. Grazie di cuore.
[Guido Carpi]