di Kamadoska, da Il resto del Cremlino n.9 (Gennaio 2007)
Olga Sagrestanova non era una bella donna. Neppure molto intelligente, anzi un po’ stronza, come ebbe a dire lo stesso Dimitri Sarkjaposki ad una cena di gala in presenza di alti dignitari di corte. Era successo un anno prima, e ora, bardato come un ussaro, nella sua alta uniforme di gala, si aggirava col mento sbrodolato di vodka e caviale,calando imponenti manate sulle spalle di chiunque incontrasse.
«Viva lo Zar», e forzava al brindisi ora una trepida dama, la cui candida carnagione rispecchiava le limpide vesti immacolate, ora un villoso reduce ottomano con la faccia tostata dal sole dei dolci pendii macedoni, saggiati più con la schiena che con lo stivale.
Caracollava da una stanza all’altra, mentre tutti ridevano complici al suo passaggio. Oltre alla sua immagine ributtante, gli specchi riflettevano la luce dei mille candelabri, e l’oro dei finimenti la faceva rimbalzare per ogni dove.
Dimitri Sarkjaposki si faceva largo tra gli invitati con passo incerto e poco rettilineo. L’orchestra aveva attaccato a suonare una serie di scapestrate danze moldave.
«Godiamo i frutti sanguigni della vita audace, e morte ai bolscevichi.».
Non infrequentemente alcune dame impomatate, insieme ai loro confessori, più impomatati di quelle, azzardavano un leggero battimani e un sorriso malizioso.
«Viva la grande madre Russia, viva l’amore». Giù un’altra gozzata di vodka.
Olga Sagrestanova non era bella né intelligente, e pure un poco stronza, ma era pur sempre la nipote del capo delle guardie zariste, e sposarla era tutt’altro che un cattivo affare, pensava Dimitri Sarkjaposki, meno sciocco di quanto il suo aspetto esteriore potesse far pensare. Oltretutto si era stufato di andar per campi a fucilare contadini.
Non c’era gusto. Mancava quel sano spirito agonistico che da qualche tempo a questa parte gli faceva rimpiangere persino il tiro al piccione. Prese un altro bicchiere dal vassoio argentato che il servo in livrea gli porgeva. Magari un avanzamento di carriera lo avrebbe portato a far parte della guardia imperiale, o addirittura dello Zar in persona. Chissà. Intravedeva il destino roseo e paffuto in fondo al sentiero.
Improvvisamente un mormorio. La folla si aprì e Vassjlj Limortenko si fece largo tra gli invitati in gran fretta, coperto di neve fin sulla cima degli alamari. Aveva viaggiato tutta la notte su un baio pur di essere lui il primo a comunicare la notizia ferale al suo grande amico Dimitri Sarkjaposki, camerata di mille fucilazioni, cresciuto con lui nella fede in dio e nella grande patria. Non stava più nella pelle.
«Vassilj, Vassilj mio amico fraterno, camerata di mille fucilazioni, devo darti una grande notizia».
Dimitri Sarkjaposki non era molto presente a se stesso e agli altri, ma si avvicinò incuriosito.
«Limortenko, fratello mio di tante battaglie, sterminatore dei più imbevibili liquori di questo mondo, camerata di mille fucilazioni, qual buon vento ti porta alla mia festa di matrimonio?», esclamò, mentre cercava ansiosamente con lo sguardo tra la folla il servo in livrea per farsi un’altra vodka.
«Sarkjaposki, fratello mio in cristo e nella grande madre Russia, sei stato nominato capo delle guardie del Palazzo d’Inverno. Non è fantastico, mio grande amico? Ho cavalcato tutta la notte nella neve su un cavallo baio percorrendo la steppa ghiacciata per essere io a portarti questa grande notizia.»
Dimitri Sarkjaposki abbracciò l’amico e cominciò a piangere dalla contentezza.
Anche Vassjlj Limortenko scoppiò in un pianto liberatore, cui fece seguito l’intonazione di alti canti della tradizione cosacca. Tutti guardavano commossi i due grandi amici, camerati di mille fucilazioni.
«Grazie, grazie fratello mio. Grazie. Lo sapevo che questa estate mi avrebbe portato una grande fortuna. Questa tiepida estate del diciassette.»
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