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Storia del comunismo a dispense #2

Categoria: Racconti

 di Kamadoska, da il resto del Cremlino n.10 (Febbraio 2007)

Serafim Metonjmich Rafanasjev attaccò in silenzio la sua zuppa di rape. Fuori la neve aveva smesso di cadere ma era ancora buio. In un angolo della misera stanza crepitava flebilmente un caminetto, quasi soffocato dalla fuliggine. Tutto il resto dello spazio, poco in realtà, era interamente coperto da sacchi di rape, ammucchiati l’uno sull’altro o addossati alle pareti di legno. Serafim Rafanasjev sorbiva la zuppa e guardava ancora assonnato fuori della piccola finestra dai vetri sporchi e appannati. Oltrepassava le rughe del suo volto riflesso nel vetro e vedeva la steppa innevata che si srotolava a perdita d’occhio riflettendo la luce argentata della luna.
Ma Serafim Rafanasjev non coglieva la poesia del momento. Pensava all’avvenire, che non aveva in serbo niente di buono per lui.
Quell’anno il raccolto era andato male in tutta la regione; le rape si erano ammalate, e quelle buone se la sarebbe prese tutte il prete, proprietario della terra, ovvero del suo corpo e del suo stomaco. E dello stomaco di suo figlio Epifan, sempre triste e ammalato. Non più di quello di sua moglie, morta di stenti, la cui effige pendeva da un chiodo più bella di un’icona. Mentre guardava fuori la sua attenzione fu attratta da un lontano puntino scuro che pareva muoversi nella neve. Si mise a seguirlo, e piano piano il puntino crebbe e si avvicinò, fino a diventare una macchia nera di dimensioni ragguardevoli. Incuriosito, Serafim Rafanasjev posò il cucchiaio di legno e si accostò alla finestra. Pareva proprio una forma umana. E si stava avvicinando alla sua casa. Ma a quell’ora e in quel posto sperduto, chi poteva essere?
Finalmente ne fu certo: era una donna. Avanzava goffamente nella neve, affondando. A volte cadeva, ma si rialzava subito, come una matrioska. Un cane le corse incontro abbaiando, ma lei lo allontanò con uno sputo limaccioso.
Quando finalmente fu quasi sotto la sua finestra, Serafim Rafanasjev si accorse che quella donna cominciava a gridare e sbracciarsi, e pareva in uno stato di grande eccitazione.
Serafim Rafanasjev non capiva niente di quello che diceva, così se ne stette un po’ a guardarla. La donna saltava, si portava le mani alla bocca e a volte cadeva in ginocchio, conficcando i pugni con violenza nella neve. Alla fine Serafim Rafanasjev si decise e aprì la finestra.
«Serafim Rafanasjev, brutto zuccone, ce ne hai messo di tempo ad aprire».
Serafim Rafanasjev riconobbe allora dalla voce Kristina Leporaja, donna passionale e grande cacciatrice di ungulati della steppa. Era forte e orgogliosa, e le sue braccia nodose l’aiutavano spesso ad ottenere il rispetto di tutti.
«Kristina Leporaja, calmati, accidenti.
Cosa diavolo succede? Stavo finendo la mia zuppa di rape».
Affacciato alla finestra, col fiato che gli ghiacciava tra i denti, Serafim Rafanasjev apprese dalla voce esaltata di Kristina Leporaja degli sconvolgenti avvenimenti che stavano succedendo poco più in là, nel mondo, e lo stavano squassando.
Seppe che tutto stava cambiando da cima a fondo, e che a Mosca un ometto pelato aveva fatto la rivoluzione. Era la fine della guerra, la fine della fame e della schiavitù. Che tremassero gli ascari del passato regime, cadetti, pretonzoli e lacchè: finalmente trionfava la giustizia proletaria, e morte all’autocrate sanguinario.
In tutto il paese il popolo si era riunito in consigli, e difendeva col fucile quel gran capolavoro. Ma si faceva anche all’amore, si rideva, si giocava con i bambini in serate memorabili illuminate dalle folgori dei più grandi poeti, e i muri si coloravano di fiori dipinti e di grandi bandiere rosse di primavera, e le ragazze e i ragazzi raggiavano di bellezza contadina e operaia.
Era ora di rimettere le cose a posto, di dargli il verso giusto. «Andiamo, testa di rapa, andiamo a fare un po’ di giustizia».
Serafim Rafanasjev ascoltava e non capiva, come in realtà spesso gli era capitato. Se ne stava imbambolato a guardare i salti nella neve e gli sbuffi di fiato della robusta donna là sotto.
«Serafim Rafanasjev sei proprio un cicisbeo. Finalmente abbiamo la possibilità di liberarci degli sfruttatori e tu te ne stai lì a piangere tra i tuoi sacchi di rape. Ma vai al diavolo!». Detto questo se ne andò, scotendo la testa.
Il sole stava sorgendo in fondo all’orizzonte, e cominciava a spandere i suoi raggi sui campi di rape. Il futuro faceva capolino, e strinava radioso la steppa ghiacciata.
Improvvisamente Serafim Rafanasjev ebbe un sussulto, e si voltò deciso.
«Epifan, Epifan», cominciò a chiamare.
Da un sottoscala umido sbucò fuori un ragazzo pallido ed emaciato, visibilmente carente di proteine animali.
«Prendi il fucile, Epifan. Andiamo a sparare al prete. A morte gli sfruttatori e i loro lacchè. Poi quando torniamo squartiamo anche un’oca. Basta con le rape, bisogna festeggiare degnamente quest’oggi. Perché la rivoluzione è anche un pranzo di gala, orcoddio»

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